Il Cav. si fa i fatti nostri

C’è un particolare che la stampa non riesce ad ammettere nel caso Wikileaks. L’amicizia fra il premier di Roma, Silvio Berlusconi, e quello di Mosca, Vladimir Putin, ha portato grandi vantaggi all’Italia, soprattutto nel campo degli affari. L’ultima prova è nelle carte di Julian Assange, il fondatore del sito internet che sta mettendo in crisi la Casa Bianca e le relazioni del presidente americano, Barack Obama, con i suoi alleati in occidente. Leggi Party e patti
18 AGO 20
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Mosca, dal nostro inviato. C’è un particolare che la stampa non riesce ad ammettere nel caso Wikileaks. L’amicizia fra il premier di Roma, Silvio Berlusconi, e quello di Mosca, Vladimir Putin, ha portato grandi vantaggi all’Italia, soprattutto nel campo degli affari. L’ultima prova è nelle carte di Julian Assange, il fondatore del sito internet che sta mettendo in crisi la Casa Bianca e le relazioni del presidente americano, Barack Obama, con i suoi alleati in occidente. Ieri i suoi uomini hanno aperto un nuovo archivio russo ricco di dettagli sui due capi di governo, sulla partnership di Eni con Gazprom e sul ruolo svolto dall’Italia durante la guerra del 2008 tra l’esercito russo e quello della Georgia. Il fascicolo contiene i rapporti di un ex ambasciatore americano, Ronald Spogli, che ha servito a Roma dal 2005 al 2009, e quelli raccolti dai suoi colleghi a Mosca negli ultimi anni. Fra le due versioni non mancano le contraddizioni.

Secondo Spogli, dice Wikileaks, Berlusconi apprezza “lo stile macho e autoritario” di Putin. La considerazione si basa sul fatto che “Putin ha tenuto più incontri bilaterali con i premier italiani che con qualsiasi altro leader. E’ stato il primo a incontrare Berlusconi dopo le elezioni del 2008, andandolo a trovare in Sardegna addirittura prima che giurasse. Durante la crisi in Georgia, Berlusconi parlò con Putin quotidianamente per una settimana. La base di questa amicizia è difficile da stabilire, ma molti interlocutori ci hanno detto che Berlusconi crede che Putin abbia più fiducia in lui che in qualunque leader europeo”. Di qui la conclusione di Spogli: “I nostri contatti credono che Berlusconi e i suoi amici intimi stiano approfittando personalmente e in maniera molto abile degli accordi energetici fra l’Italia e la Russia”.
Le valutazioni dell’ex ambasciatore americano sono diverse rispetto a quelle dei funzionari di stanza a Mosca. Il New York Times riporta una conversazione avvenuta nella capitale russa, durante la quale un diplomatico italiano racconta che “il rapporto fra Putin e Berlusconi non è ideale dal punto di vista burocratico, ma può avere ripercussioni positive”. E si cita il caso di Gazpromneft, la società di Eni che Putin voleva riportare fra gli asset del Cremlino “a un prezzo decisamente inferiore rispetto agli standard di mercato”. L’intervento del Cav. lo convinse a rivedere i termini della richiesta. Anche Spogli ammette l’episodio nelle sue memorie. “Il problema è che c’è molta gelosia delle relazioni fra i nostri paesi – dice al Foglio una fonte vicina al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov – Tutto avviene con la massima trasparenza. Non è strano che si parli soltanto di Berlusconi, ma mai delle nostre offerte a Prodi e Schröder? Noi vogliamo essere amici dell’Italia senza guastare i suoi rapporti con gli altri”.

Il trend degli scambi commerciali è positivo da oltre dieci anni: oggi Berlusconi incontrerà le autorità russe al forum economico di Sochi, che serve a firmare un’intesa sul trasporto dei materiali italiani verso le truppe di stanza in Afghanistan passando per la Russia, e a rafforzare una partnership già solida sul piano commerciale. Dal 1998 al 2007, le esportazioni italiane in Russia sono cresciute del 230 per cento (da 2,7 a 9,5 miliardi di euro) e i numeri hanno ripreso a crescere dopo la crisi del 2008. Allora, i guai dell’economia e la guerra contro la Georgia fermarono gli investimenti stranieri diretti in Russia. Secondo Wikileaks, un ex ambasciatore di Tbilisi riferì a Spogli i dettagli di un piano che coinvolgeva Putin e Berlusconi: il premier italiano avrebbe ricevuto una “percentuale” per ogni nuovo gasdotto filorusso. Spogli non fa il nome dell’ambasciatore georgiano, ma si tratta con ogni probabilità di Zaal Gogsadze, che fu richiamato in patria a ottobre, due mesi dopo la fine della guerra. In quelle settimane, il governo di Tbilisi si impegnò in una operazione di marketing su vasta scala per far conoscere al mondo le proprie ragioni su Abkhazia e Ossezia meridionale, due province indipendentiste protette dalla Russia. “Dire che ci fosse una reale difficoltà a far emergere le posizioni della Georgia è un dato di fatto”, dice al Foglio Gabriele Cirieco, che, nel 2008, collaborava alla comunicazione con l’ambasciata georgiana di Roma. Ma ci sono buone ragioni per credere che l’ipotesi di Gogsadze sia quantomeno fantasiosa. Aspettando South Stream, l’unico tubo a capitale italiano è il Btc, come le iniziali di Baku, Tbilisi e Ceyahn, le città che attraversa. Eni ha una quota del 5 per cento. E, secondo la maggior parte degli analisti, il Btc era un grande obiettivo dell’aviazione russa durante il conflitto.